domenica 27 luglio 2014

CRISI DELLA LETTURA?


Si discute della caduta verticale della lettura, e si cerca di trovarne le cause. Ma quella fondamentale non potrebbe essere semplicemente la vita?
Ossia il fatto che tutte quelle inquietudini, emozioni, scoperte, ire, entusiasmi e depressioni che un tempo sperimentavamo attraverso la lettura adesso le viviamo in prima persona ogni giorno? Per comprendere la decadenza e la rovina economica e morale di una famiglia c'è bisogno di leggere i Buddenbrook? O basta che un genitore perda il lavoro? Per sperimentare la follia burocratica c'è ancora bisogno di leggere il Castello, o il Processo per conoscere l'ingiustizia della giustizia? La Corte dei Miracoli sta ancora chiusa nelle pagine di Notre Dame de Paris, o non invece sui marciapiedi di casa nostra? E per capire cosa significa trovarsi in una stazione abbandonata, circondati da predoni e tagliagole, c'è ancora bisogno di Michele Strogoff, o basta andare a Termini? E il Califfo dell'ISIS, non è meglio lui di tanti spietati visir delle Mille e una notte?
Temo proprio che soltanto una radicale abolizione della realtà potrebbe rilanciare i bilanci editoriali.

giovedì 10 luglio 2014

ATLANTIDE


La cosa più sorprendete del mito di Atlantide è che in fondo si tratta di uno straordinario mito della modernità.
Infatti anche se la storia è nota dai tempi di Platone, in realtà la sua fortuna si è consolidata solo nel corso degli ultimi cento anni o poco più: e questo grazie soprattutto all’opera di Donnelly e di madame Blavatsky, personaggi entrambi singolari e a loro modo davvero “atlantidei”.

Questa è la sua vera singolarità, se ci si pensa: finché la vicenda, sulla base dell’enorme prestigio del filosofo greco, è stata ritenuta “storia vera” secondo le sue parole, non ha interessato più di tanto. Qualche scarno riferimento nei mitografi alessandrini, e poi il suo utilizzo soprattutto come pretesto nel Rinascimento per alcune utopie sociali o politiche, e nulla più. Invece, con l’esplodere della narrativa popolare, ecco che questa storia antichissima è tornata prepotentemente d’attualità, come se avesse atteso pazientemente l’arrivo dei pulp per riemergere dalle acque del tempo. Quasi fosse una sorta di “obbligato” con cui ogni narratore pop debba prima o poi confrontarsi, esattamente come nessun musicista può evitare prima o poi la forma sinfonica, né il più informale dei pittori di mettersi alla prova con il corpo umano.

Ma io credo che ci sia in realtà un motivo più profondo, che si accompagna non casualmente al sorgere dell’età della crisi, e ai primi segni di declino della civiltà europea. Proprio negli anni in cui esplode l’entusiasmo per Atlantide si comincia a mettere a punto i gas asfissianti e le prime armi si sterminio di massa, e nel cuore stesso del continente si avvia la macchina che genererà di lì a poco i suoi mostri più terribili.

È questo che ho cercato di narrare ne La porta di Atlantide. Che non è assolutamente un racconto su Atlantide, ma intorno ad Atlantide. Non avevo alcuna intenzione di raccontare dell’ennesimo ritrovamento: a onta della copertina un po’ fantasy, chi si aspettasse di trovare nel romanzo manoscritti misteriosi, templi perduti nelle giungle amerindie, audaci archeologi-esploratori, vulcani sul punto di esplodere e magari anche qualche dinosauro sopravvissuto è destinato a restare deluso. Niente di tutto questo: quello che mi interessava era riflettere su come il mito ha lavorato e lavora tuttora nell’animo di noi contemporanei. Con esiti grotteschi, quando a innamorarsene sono buff creduloni come i membri della società di ricerche atlantidee. O tragici come nel caso di Vanja, che si aggrappa alla leggenda con la forza della disperazione di chi, essendo stata privata di tutto, cerca in un altrove assoluto il riscatto dall’inferno personale che si trascina dentro.
Quanto poi alla sua presunta collocazione, c'è veramente da sbizzarrirsi con la fantasia. Sprague de Camp, uno dei critici più attenti e acuti del fantastico, afferma che la bibliografia sull’isola perduta è talmente sterminata da essere seconda solo a quella della Bibbia. Non so se sia vero, ma è certo che prima di esaurire anche soltanto le teorie più diffuse si esaurirebbe la pazienza dei lettori. In estrema sintesi diciamo che si danno quattro grandi scuole di pensiero: studiosi che la collocano nel mare, altri che la situano sulla terra ferma, una terza schiera che la relega nel ghiaccio e infine coloro che la situano in una sorta di universo parallelo, separato da noi nel tempo e nello spazio. Insomma in quella regione ai confini della realtà che piaceva tanto a Rod Serling.

I primi si possono permettere un’ampia scelta, data la vastità della superficie equorea: per prima la dorsale Atlantica, ovviamente, da qualche parte intorno alle Azzorre. Questa gode i favori potrei dire dei puristi, di quelli insomma che non vogliono discostarsi in nulla dal dettato platonico. Golfo del Messico e isole caraibiche sono preferiti da temperamenti più inclini al sogno, come i seguaci di Edgar Cayce, mentre spiriti più sobri e razionalisti inclinano verso il bacino del Mediterraneo, tra Cartagine, la Sardegna e la Santorini di Marinatos. Cimbri e Teutoni preferiscono il Baltico, già meta delle loro vacanze, e i più arditi tra loro si spingono fin verso le Orcadi ed Helgoland, su fino alle isole Svalbard. Mentre amanti dei ristoranti etnici, animalisti e mondialisti in genere non disdegnano addirittura l’immenso Pacifico, ove impastano allegramente Maori e isola di Pasqua, Mu e barriere coralline in un improbabile fritto misto degno questo sì di un menù a prezzo fisso.
Quelli che voglio restare con i piedi per terra hanno a disposizione diverse alternative. Le foreste amazzoniche sulle orme del colonnello Fawcett, la pianura messicana con le sue città perdute di Cibola e le vette andine tra Machu Picchu e Tiahuanaco, le luminose caverne tibetane ove si sa che soggiornano i Signori del Mondo, ultimi eredi della razza scomparsa. Oppure le paludi della Florida, e poi l’Islanda e le coste norvegesi, e volendo anche la Nuova Inghilterra con tutte le sue premonizioni lovecraftiane.

Tra le Atlantidi non a bagno ma sommerse semmai da liane o sabbie devo dire che i miei favori vanno senz’altro all’ipotesi sahariana di Frobenius, non fosse che per la versione che ne dà Benoit. Anche se un po’ invecchiata, con la sua allure polverosa di dromedari e legionari in chepì, continua secondo me a dividersi con la She di Rider Haggard la palma di miglior racconto sul tema di tutti i tempi.
Col ghiaccio non c’è molto da scegliere: o verso sud, nell’Antartide preistorica e di clima mite del nostro Barbiero, o verso nord, nella Urheimat boreale e ariana dei torvi nazisti. Certo un panorama vetrificato e cristallino, un biancore accecante di nevi eterne non si concilia troppo con la solarità equatoriale del racconto platonico, ma non bisogna essere troppo puntigliosi. Quanto invece alla quarta schiera, di quelli che la collocano nell’iperspazio, nell’inconscio collettivo, in immense bolle trasparenti ondeggianti qua e là o tra le schiere angeliche da cui attingere messaggi di luce e salvezza per via di comunicazioni ultrafaniche, be’, lasciamo perdere. C’è un limite a tutto.

Per quanto riguarda la collocazione che ho scelto io, nel mar Tirreno davanti alle grandi isole, mi sono lasciato guidare da una serie di considerazioni sparse in una moltitudine di testi. Alcuni si possono rintracciare facilmente svolazzando tra biblioteche e bancarelle (molti di essi, specie i più antichi, sono anche reperibili in rete. Ma per alcuni particolari specifici della narrazione mi sono stati preziosissimi tre libroni: il Delle origini italiche e della diffusione dell’incivilimento italiano, pubblicato da Angelo Mazzoldi nel 1840, che mi ha confermato come già in epoca risorgimentale circolasse l’idea di nostri antichi rapporti con Atlantide. Poi il Della fisica sotterranea di Giacinto Gimma, stampato nel 1730, utile per capire come fossero considerati i fenomeni magnetici in tempi premoderni, e infine I documenti del processo di Galileo Galilei, pubblicati a cura dell’Archivio vaticano. E questo per quanto riguarda il coinvolgimento del grande pisano nella storia.
Ma esistono prove tangibili della sua esistenza? A parte naturalmente il vaso che il nipote di Schliemann disse di aver trovato tra le carte dell'illustre zio, ma che nessuno ha mai visto se non in fotografia? Al momento no, a parte forse la famosa Dama di Elche, la miglior candidata al ruolo di sacerdotessa di Atlantide che ci sia data. Ma non ha nessuna importanza: vera o no, l’isola misteriosa già esiste da due millenni e più nel nostro immaginario, il regno magico dei sogni.
Che è poi il luogo in cui magari senza riflettere trascorriamo buona parte della nostra esistenza.

lunedì 7 luglio 2014

DEUTSCHLAND ERWACHE


Ormai è chiaro che la Germania ha deciso di non cogliere l'occasione che il destino le offriva per la terza volta in appena un secolo: mettersi a capo dell'Europa e trasformarla in una vera potenza continentale.
Un complesso politico, economico e militare come forse non si è mai visto nella storia, in grado non solo di competere con le altre grandi forme imperiali su tutti i piani, ma anche di superarle senza eccessive difficoltà.
Le altre due volte aveva provato con le armi, e non era andata troppo bene. Questa volta si trattava solo di essere un minimo lungimiranti, non chiudersi nella visione ristretta di un calcolo economicistico miope, ma tentare un investimento certo imponente ma dai ritorni incommensurabili.
Ma si sarebbe dovuto ragionare con il metro dei secoli e non con quello di domani mattina. Si doveva stendere il braccio a risollevare le province più deboli, aiutare invece di sfruttare e deprimere, incoraggiare invece di minacciare. E uno dopo l'altro i paesi europei le si sarebbero avvicinati come a una amica, prima ancora che a una potenza politica. La Germania forse sarebbe stata un po' più povera per qualche anno, ma sarebbe stata amata e rispettata.
E quando la nuova macchina si fosse messa in moto, allora Berlino sarebbe stata la capitale di questa nuova entità, non per una imposizione ma per il tacito consenso di tutti, perché sarebbe stato ovvio e giusto.
Ma la Germania non ha voluto farlo, e forse questo significa solo che non lo meritava. Si è rivelata ancora una volta la "pallida madre" di Brecht, una grande e terribile assenza nel cuore del continente.
Peccato. Peccato per lei ma anche per noi. Perché non c'è un'altra Europa possibile. Perché un'Europa di banchieri e bottegai non la vuole nessuno. Perché la "generazione Erasmus" è troppo debole e inconcludente, e anche se tra dieci, venti anni sarà in grado di dire la sua, non ci sarà più alcuna tribuna da cui parlare. Peccato, Aveva maledettamente ragione, nel 1914, il ministro degli esteri inglese Edward Grey: "Le luci si sono spente, e non le rivedremo più."