giovedì 19 dicembre 2013

Amleto in crisi economica.

A un punto della tragedia, subito dopo aver ascoltato lo spettro dell'accigliato genitore, il principe di Danimarca per sintetizzare agli amici l'accaduto
se ne viene fuori con questa frase: "The time is out of joint".
Frase variamente tradotta, ma che alla lettera significa più o meno "la situazione è slogata", fuori sesto, incriccata come fosse una spalla lussata. Verrebbe da dire lo stesso dell'attuale crisi economica: la situazione è veramente "out of joint", e difficilmente tornerà a posto senza una bella spinta di qualche chiropratico nerboruto.
Ci troviamo infatti per la prima volta nella storia dell'uomo in una situazione non prevista e apparentemente contraria a ogni logica economica; le cose che vengono da lontano costano meno di quelle che vengono da vicino. E questo vale per tutto, dalle mozzarelle agli uomini compresi.
E' la globalizzazione, bellezza! dirà qualcuno. Dimenticando però che, essendo tutti lontani rispetto a qualcun altro, tutti siamo condannati a costare progressivamente sempre meno. E quindi a valere meno, anche.

mercoledì 18 dicembre 2013

A proposito di delitti e romanzi.

Ne "Il testamento del papa" due elegantoni ad un certo punto si scambiano alcune considerazioni sul delitto:


«Vedete, architetto, l’esperienza che ho fatto in polizia prima… prima di passare ad altro incarico, mi ha insegnato che esistono due tipi di malfattori. Il criminale congenito e il dilettante.»
«Credete che si nasca delinquenti?»
«Assolutamente sì. E non tanto per gli studi del Lombroso, quanto per l’esperienza quotidiana che ci si fa nel nostro mestiere. Per fortuna la prima categoria è abbastanza esigua, e non desta troppe preoccupazioni quanto al suo controllo. Sono esseri semplici, sostanzialmente decerebrati. In loro le funzioni superiori dell’intelletto si riducono a rispondere a poche pulsioni essenziali. Amore, odio, avidità, desiderio di ricchezza per sopperire alla loro emarginazione sociale. Si avviano sulla strada del delitto già da giovani, e poi procedono un passo dopo l’altro senza mai uscire dal sentiero che il destino ha loro prefissato. I crimini che commettono sono sempre banali, eseguiti con modalità ripetitive. Il marito uccide la moglie, la moglie uccide l’amante, l’amante uccide il marito. Il nipote uccide il nonno ricco, un socio assassina l’altro. Poche ore di indagini e sappiamo già tutto. A volte occorre un po’ più di tempo per raccogliere le prove, nei rari casi in cui, più per fortuna che per abilità dei colpevoli, queste non appiano subito evidenti. Spesso sono loro stessi a confessare, oppressi da un peso che la loro natura ha imposto, ma che non hanno le forze per sopportare.»
«E gli altri?»
«Ah, qui viene il bello! Ed è questo che io giudico davvero interessante. Gli altri, architetto, sono quelli che ci danno davvero pensiero. In loro la natura non inclina al crimine, né alla violenza. Non hanno alcun tratto di riconoscibilità nelle fattezze somatiche, nel portamento, nelle abitudini sociali. Possono attraversare tutta la loro esistenza come schietti esempi di cittadini integerrimi. Ma poi succede qualcosa e si trasformano in belve scatenate.»
«State ritraendo il dottor Jeckill e mister Hyde»

lunedì 9 settembre 2013

La regola del picchio.

Quando ero piccino e tutti eravamo più poveri, un gioco molto diffuso nelle stradine del centro di Roma era quello del picchio, ossia della trottola di legno che si faceva girare vorticosamente grazie a una cordicella avvolta intorno al fusto.
Per i più arditi c'era poi la variante "spaccapicchio", uno scontro brutale all'ultimo sangue, in cui si vinceva colpendo con forza la trottola dell'avversario per farla cadere, fino addirittura a spaccarla nei casi più estremi. Se colpito di striscio il picchio ballonzolava e poi si risollevava, se il colpo era troppo forte non c'era niente da fare e la trottola finiva in terra.
Il gioco era decisamente didattico, perché trasmetteva un principio fondamentale sia di fisica che di economia: un qualunque sistema colpito da una forza esterna, entro certi limiti riesce a reagire e a risollevarsi, ma superatili collassa inesorabilmente.
E' il problema del sistema economico mondiale: ha subito un colpo violento e sta oscillando tra ripresa e disperazione. Osservando la cosa, e forte della mia esperienza di lanciatore di picchi, non sono molto ottimista. Da un po' di tempo non faccio che pensare a quella profetica filastrocca di Lewis Carroll a proposito del povero Humpty Dumpty:

Humpty Dumpty sul muro sedeva.
Humpty Dumpty dal muro cadeva.
E a sollevarlo non basteranno ahimè
Tutti i cavalli e tutti gli uomini del Re.




mercoledì 17 luglio 2013

Ritorno al futuro.

Finalmente una buona notizia per l'Europa: pare che l'ESA (Agenzia spaziale europea) abbia dato il via libera allo sviluppo di un progetto inglese, lo spazioplano Skylon.
Si tratta in estrema sintesi di un aereo stratosferico, propulso da un motore innovativo che dovrebbe consentirgli di salire in orbita senza l'ausilio di razzi ausiliari. Con lo Skylon insomma si realizzerebbe il mito dell'astronave monostadio, quella che ha popolato tanti film di FS degli anni Cinquanta, e insieme i sogni dei relativi babyboomers.
A latere poi del suo utilizzo spaziale, lo Skylon sarà impiegato per collegamenti transcontinentali iperveloci, riaprendo la strada anticipata dal Concorde.
La notizia è importante per molti motivi, sia economici che storico-culturali. Anzitutto dimostra che il nostro continente può ancora porsi all'avanguardia della ricerca scientifica e del suo sfruttamento economico, dopo tante geremiadi sul declino ineluttabile del vecchio continente.
Inoltre premia la ricerca inglese nel campo spaziale, oscurata dai successi delle NASA. Forse non molti sanno che proprio gli inglesi furono i primi, attraverso gli studi della British Interplanetary Society, a progettare il primo viaggio sulla luna: impresa che non passò alla fase operativa solo per le gravi conseguenze della crisi di Suez del 56.
Insomma dopo tanti anni torna a farsi vedere Dan Dare, l'eterno rivale britannico di Flash Gordon. Meno omaccione e manesco dell'americano, ma dotato di un notevole fascino (per chi apprezza
certe cose, naturalmente).

lunedì 8 luglio 2013

A sessantasei anni dall'incidente di Roswell

In occasione della ricorrenza del presunto ufo crash di Roswell, ripubblico qui un articoletto che scrissi quasi venti anni fa sull'argomento: al di là di un certo ingenuo entusiasmo per qualcosa che allora sembrava molto più suggestivo, continuo a considerare valide le argomentazioni di fondo.



In una notte del luglio 1947, in una zona pianeggiante e desertica nei pressi della cittadina di Roswell, nel New Mexico, cadde dal cielo un oggetto di costruzione artificiale, di struttura metallica e di forma discoidale. I resti vennero individuati per primi da un agricoltore del luogo, che corse ad avvertire le autorità della vicina base aeronautica. I militari, dopo una prima sommaria ispezione, isolarono completamente la zona, provvedendo a recuperare ogni più minuto frammento dell'oggetto, anche attraverso ispezioni nelle case private del circondario, continuate meticolosamente nei giorni successivi.
Contemporaneamente l'addetto alle pubbliche relazioni della base diramava alla stampa una nota ufficiale in cui si comunicava l'avvenuto recupero da parte dell'USAAF di una macchina volante extraterrestre, definita senza incertezze "Flying saucer"
. Tale notizia, riportata con ampio risalto sulla stampa locale e subito rimbalzata sui network nazionali, veniva però immediatamente smentita da un successivo comunicato in cui si identificavano nel relitto i resti di un comune pallone sonda per ricerche meteorologiche.
L'ufficiale responsabile del comunicato veniva trasferito ad altro incarico, si badi senza alcun demerito, e la stampa scoraggiata dal proseguire ogni ulteriore indagine sulla vicenda, attraverso una serie di pressioni più o meno larvate, che giunsero, nel caso della radio locale, alla minaccia di revoca della licenza per le trasmissioni.
Sull’episodio cadde una cortina si silenzio, che prese a risollevarsi solo nel corso degli anni Ottanta, a seguito di un ritorno di interesse per il fenomeno degli Ufo.

Questi i fatti, nella loro scarna nudità. Ma su questi fatti si è imperniata la più lunga controversia di carattere politico-scientifico che abbia mai diviso gli ambienti ufologici non solo americani, tanto da aver assunto nel corso del tempo il colore di un vero e proprio mito del nostro secolo. Già a ridosso degli avvenimenti, e poi via via intensificandosi nel corso degli anni '50, cominciano a circolare voci sempre più insistenti riguardanti l'avvenuto recupero e conservazione in una base dell'USAAF non solo di un 'disco' pressoché intatto, ma anche dei corpi di quello che doveva essere il suo 'equipaggio'. Le voci, frammentarie ma spesso apparentemente ben documentate, pur divergendo spesso nei particolari, appaiono però stranamente concordi nelle linee generali delle descrizioni: i corpi vengono descritti poco più alti di un metro, glabri e di fattezze minute, privi di naso e di orecchie, con occhi grandi e allungati a mandorla.
In parallelo con il diffondersi delle voci, crescono le richieste sempre più insistenti e autorevoli di informazioni nei confronti dell'Aeronautica statunitense. Che però non ha mai voluto aggiungere nulla alla spiegazione ufficiale del pallone sonda, per giungere infine in epoca recente a lamentare l'avvenuta distruzione in un incendio di tutte le carte d'archivio riguardanti la vicenda. Salvo poi tornare sull’argomento con una ulteriore, e nelle intenzioni ufficiali conclusiva, dichiarazione: l’oggetto recuperato, di cui finalmente si ammetteva l’esistenza, era sì un pallone, ma del tipo sperimentale ‘Mogul’: un progetto segreto legato allo spionaggio via radar. Inoltre i presunti cadaveri extraterrestri non sarebbero stati altro che manichini, dummies usati per sperimentare nuovi tipi di paracadute. Quando non corpi di scimpanzé, usati nei primi razzi.
Che si trattasse di tentativi di depistaggio era sin troppo evidente, non fosse che per due considerazioni banali: l’affannoso recupero del relitto cominciò solo dopo che ne fu segnalata la caduta, e non prima, come sarebbe stato ovvio se davvero l’Aeronautica avesse smarrito un prototipo di così alto valore. Inoltre i dummies erano ben conosciuti nell’ambiente militare, e mai sarebbero stati scambiati per cadaveri, nemmeno dalla più sprovveduta delle reclute. Quanto alle scimmie spaziali poi, nel 1947 gli americani erano ancora alle prese con la valutazione delle V2 prese in Germania. La ricerca sui razzi era nel pieno del conflitto tra Esercito e Aviazione per la gestione delle nuove armi, la NASA ancora di là da venire e von Braun soltanto un sognatore scomodo.
Qualunque cosa sia caduta insomma in quel deserto, non è certamente quello che ci ha raccontato per decenni l’Aeronautica e il Governo degli Stati Uniti.

Poi, all'inizio del 1995, il ritrovamento rocambolesco dei famosi 'filmati di Roswell', resi famosi anche in Italia da una popolare trasmissione RAI: filmati che sembrerebbero attestare l'avvenuta autopsia di almeno due esseri dalle caratteristiche anatomiche non umane. La pubblicizzazione dei filmati ha di nuovo rinfocolato la polemica tra assertori e detrattori della discesa di un'astronave sul nostro pianeta, polemica che al di là dei suoi aspetti tecnici enormemente complessi, pensiamo meriti alcune considerazioni. Se infatti anche la scienza ufficiale non ha mai posto obiezioni di principio contro la possibilità dell'esistenza di vita intelligente nel cosmo, esiste tuttora una vasta area di scetticismo nei confronti di ogni possibilità di 'contatti' concreti, a causa soprattutto delle enormi distanze interplanetarie.

Eppure lo stato della documentazione sul caso sembra simile per certi versi a quello che Aristotele affermava per la divinazione: è tanto difficile ignorarla, quanto è difficile prestarvi fede. E però troppi elementi spingono almeno verso un'apertura di credito in senso favorevole.
Immaginiamo dunque che i fatti, così come presentati, corrispondano al vero. Non si vuole qui naturalmente entrare nel merito della veridicità fisica del filmato: gli esperti che immediatamente si sono messi al lavoro, attraverso l'esame diretto delle prove, sono gli unici in grado di fornire una risposta definitiva, posto che sia possibile. Purtroppo il detentore del filmato si è infatti sempre dimostrato particolarmente reticente nel sottoporre a verifiche obiettive il materiale, limitandosi a distribuire per le analisi solo tre fotogrammi del footage. I primi esami effettuati sulla gelatina e sul supporto della pellicola sembrano però confermare quantomeno la compatibilità cronologica tra pellicola e anno delle presunte riprese, ma è ovvia la necessità del massimo scetticismo.

Si vuole invece discutere l'obiezione di principio che viene avanzata da quanti negano il recupero da parte del governo americano alla fine degli anni Quaranta di corpi e macchinari alieni: il fatto che tale supposto recupero non abbia influito in nulla nello sviluppo della successiva tecnologia aerospaziale né sull'avanzamento della ricerca in genere, e che questa sia dunque la miglior prova dell'inesistenza del fatto.
L'obiezione non è di poco spessore: anche il più avanzato Shuttle appare infatti solo lo sviluppo logico e coerente della ricerca missilistica tedesca degli anni trenta, la Luna è stata raggiunta con un 'normale' razzo pluristadio a propellente chimico, in nulla diverso da quelli ideati da Oberth, anche lo Stealth di cui tanto si favoleggia è azionato da comuni motori a reazione e deve le sue prestazioni (che peraltro devono ancora essere compiutamente dimostrate, visto ad esempio l’abbattimento di un esemplare nel corso della guerra del Kossovo) più all'intelligente sofisticazione del disegno costruttivo che non all'uso di mirabolanti innovazioni tecnologiche. Potrei continuare, elencando un nutrito elenco di mancati 'salti' tecnologici a riprova di quanto sopra: negli ultimi 50 anni non è stato compiuto alcun reale progresso epocale nei campi fondamentali dell'energia, della medicina, della chimica, delle costruzioni, delle coltivazioni ecc. Tranne forse il marcato sviluppo dell'elettronica non esiste praticamente nulla oggi che non esistesse almeno in embrione nel 1947. Addirittura la clonazione umana, oggi all’onore delle cronache, vide i primi studi già nel 1938.
Il grande progresso è invece concentrato guarda caso tutto nel settore elettronico: subito dopo il ’47 si arriva inesplicabilmente prima al transistor e subito dopo al circuito integrato, quel chip che rappresenta il vero balzo in avanti della nostra tecnologia negli ultimi decenni. Con una velocità così travolgente dal lasciar davvero sospettare che in questo caso si sia di fronte davvero a un regalo da un altro mondo.

Le controdeduzioni dei sostenitori della realtà dell'evento appaiono deboli: chi spiega il mancato progresso con la necessità di mantenere uno stretto segreto sulle meraviglie aliene, immagina uno scenario in cui governo del calibro di quello americano avrebbe scelto di dilapidare cifre folli in un progetto spaziale come quello della NASA ovviamente inutile, accettato di perdere la guerra del Vietnam, investito somme assurde in farraginose strutture di difesa bellica, rinunciato al dominio assoluto del mondo e tutto questo per la magra soddisfazione di tenere all'oscuro il resto della terra della più straordinaria notizia di tutti i tempi. Altri pensano invece che il segreto sia scaturito dalla sostanziale incomprensione della tecnologia aliena, che rende evidentemente tuttora necessaria la prosecuzione degli studi e la conseguente riservatezza intorno ad essi. Ma questa seconda ipotesi urta francamente contro il muro del buonsenso: che più di cinquanta anni di studi e ricerche (che dobbiamo naturalmente immaginare frenetici e sostenuti da ampi investimenti) non abbiano aperto neppure un piccolo varco nel muro di tenebra è francamente difficile da credere.

Esiste però un terzo ordine di considerazioni possibili, che non sembra siano state prese particolarmente in esame, e che potrebbero renderci una qualche ragione dei fatti. Quando noi pensiamo alla supposta tecnologia aliena pensiamo sempre istintivamente ad un complesso di conoscenze significativamente avanzate rispetto alle nostre. In questa convinzione giocano con pari forza sia l'immaginario fantascientifico (che ci ha abituati dai tempi di Wells ad associare razze extraterrestri con i gadgets tecnologici più disparati) sia quello scientifico (che ci condiziona con l'idea di abissi di spazio vuoti e impossibili da superare se non per chi disponga di capacità sovraumane). La conclusione ovvia è che se il viaggio interplanetario è tanto difficile, chi lo compie deve essere in possesso di conoscenze e tecniche tanto avanzate da essere quasi pseudo-divine. (su questa banale inferenza fondano tutti i vari culti ufologici che fanno ahimè la gioia degli scettici).
Chi afferma questo trascura però un elemento fondamentale che vorremmo definire 'principio di utilizzo-limite' della tecnologia. Frase che vuol dire semplicemente che una qualsiasi civiltà utilizza i propri ritrovati tecnologici non appena ne dispone, e non soltanto quando essi siano compiutamente perfezionati: li usa appunto al 'limite' delle loro possibilità. In altri termini e per fare un esempio, l'uomo per andare in treno non ha atteso l’Eurostar, né per volare ha aspettato la realizzazione del Jumbo, ma al contrario si è arrischiato da subito sui primi esemplari di treni e di aerei, pagandone tutte le spese in termini di tragedie e di sconfitte.
Poniamoci allora la domanda: qual è allora il livello tecnologico minimo per realizzare appunto al 'limite' un viaggio interplanetario? La risposta è semplice: il nostro. L'attuale civiltà occidental-terrestre dispone delle conoscenze e delle tecnologie per organizzare una spedizione, di consistenza analoga alle missioni Apollo, sicuramente all'interno del sistema solare e forse alla volta della stella più vicina e ritorno, con ragionevoli probabilità di successo.
Purtroppo la possibilità tecnica deve accompagnarsi con una volontà politico-economica, che invece manca e che impedirà per molto tempo la realizzazione dell'impresa. Al momento non esiste sulla terra alcun governo nazionale che possa ottenere dai propri concittadini il consenso necessario per dirottare sull'impresa quella enorme parte delle risorse economiche dello stato necessaria per la sua realizzazione. Ma se noi immaginassimo una diversa civiltà, di pressoché analogo livello scientifico ma strutturata diversamente sul piano sociale (pensiamo ad un modello centralistico di tipo egizio o incaico) allora la cosa diverrebbe perfettamente fattibile: e basta infatti pensare alla relativa enormità delle realizzazioni di civiltà come appunto quelle citate per convincersene. Costruzioni come le Piramidi o la Muraglia cinese dimostrano nei fatti come sia possibile raggiungere risultati pressoché inimmaginabili, quando tutte le risorse di una società vengono canalizzate verso un singolo obiettivo.

Torniamo quindi a Roswell alla luce della ipotesi 'limite': tra il giugno e il luglio del 47 giunse in prossimità della terra un veicolo spaziale abitato costruito da una civiltà aliena di livello tecnologico approssimativamente analogo a quello delle Terra fine secolo XX. Dall'astronave vera e propria, che dobbiamo considerare di notevoli dimensioni stante la corporatura e la fisiologia dei suoi abitanti, e che resta in orbita attorno al pianeta, si stacca diretto verso la terra un modulo minore di esplorazione, quasi sicuramente non destinato all'atterraggio ma solo al sorvolo degli strati più alti dell'atmosfera: una sorta di grande frisbee pilotato. Nel veicolo recuperato, secondo le affermazioni dei testimoni, non c'è infatti traccia riconoscibile di apparato motore, salvo forse alcuni ugelli di correzione direzionale, ma non di sostentamento né di traslazione, esattamente come il nostro Shuttle. Di più, il ventre della macchina appare, nella descrizione di Frank Kaufmann (uno dei testimoni oculari del ritrovamento dei resti), ricoperto o costituito di parti di apparenza vetrosa, che richiamano singolarmente la struttura delle tessere di protezione termica della navetta spaziale. L'ipotesi alternativa, che l'abitacolo recuperato sia la parte residuale di un più grande complesso navetta-motore (sul modello del nostro Lem lunare), sopravvissuta all'esplosione della parte propulsiva e quindi destinata nelle intenzioni ad un vero e proprio atterraggio e successivo decollo, appare ugualmente considerabile: il testimone 'Jack Barnett' (pseudonimo dell'operatore militare che avrebbe realizzato materialmente i filmati) fa esplicito riferimento ad una struttura connessa al fondo del disco, che potrebbe essere la parte superstite dell'ancoraggio del motore all'abitacolo, anche se per una serie di motivi che adesso trascuriamo (non ultime le caratteristiche aerodinamiche della forma discoidale) ci sembra l'ipotesi meno probabile.
L'abitacolo è costruito con materiali leggeri, probabilmente leghe metalliche di titanio, ma soprattutto fibre di carbonio e polimeri del tipo teflon e kevlar. Tutti i testimoni insistono sulla particolare leggerezza e resistenza dei frammenti, e la successiva rimozione del disco senza la necessità di scomporlo in più parti, ad opera di ordinari ancorché numerosi mezzi di trasporto dell'esercito, sono la prova della sua complessiva leggerezza. Teniamo conto che si parla di una struttura di un diametro stimabile tra i quindici e i venti metri.
Dai frammentari resoconti di quanti entrarono nel disco e, se veri, dai documenti dell'MJ 12 (un gruppo di ricerca formato da dodici scienziati specialisti nelle varie branche delle attività aerospaziali, costituito dal governo americano per indagare il fenomeno), traspare lo sconcerto degli esaminatori nel non saper identificare all'interno dell'aeromobile né alcun evidente sistema di guida né, cosa ancor più enorme, alcun riconoscibile apparato motore. Ma quegli stessi esaminatori proverebbero lo stesso sconcerto entrando oggi in un comune Airbus: abituati ai comandi elettromeccanici e oleodinamici tipici della tecnologia aeronautica degli anni quaranta, con facilità scambierebbero i collegamenti in fibra ottica e la cablatura totale degli abitacoli attraverso circuiti elettronici miniaturizzati e serigrafati direttamente sulle pannellature dell'abitacolo, oppure annegati nel materiale costruttivo, per semplice inesistenza degli stessi. Appare anche credibile che gran parte dei famosi 'geroglifici' visti dai testimoni fossero in realtà elementi circuitali adibiti al controllo del veicolo spaziale: fatto questo che invita a considerare se non esista una qualche connessione tra l'episodio di Roswell e il successivo sviluppo dei circuiti integrati su lamina di silicio, che sono alla base dell'attuale generazione di elaboratori.

Resta da spiegare la provenienza del veicolo. Se la nostra ipotesi è esatta, esso si era distaccato da un’astronave spinta da normali, ancorché sofisticati, motori ad energia termica. 'Barnett' testimonia di un grande calore che inondava la zona dell'impatto, ma è facile che questo ricordo sia deformato dagli anni: la zona era desertica ed in piena estate, ed inoltre non vengono riportate tracce particolari di incendio od esplosione sui corpi o sui resti materiali. E' parimenti da escludere una presenza di forte calore derivante da attività nucleare: essa avrebbe avuto effetti devastanti sui presenti, mentre non è riportata alcuna memoria di conseguenze tragiche per quanti assistettero alla rimozione dei resti. Inoltre la paura atomica era l'ossessione di quegli anni, e le prove di radioattività furono sicuramente le prime ad essere eseguite. Questo considerato, se immaginiamo una velocità ipotetica di 100000 km l'ora per l'astronave madre, considerevole ma raggiungibile con relativa facilità anche dall'attuale generazione di nostri motori a propellente chimico, ed una missione di quattro-cinque anni terrestri tra andata e ritorno, ne deriva un’autonomia sufficiente per coprire ampi settori del nostro sistema solare.
L'esame dei corpi nel filmato non fornisce sufficienti elementi di fisiologia sugli esseri, se non due tratti particolarmente interessanti: muscolatura ed altezza lascerebbero pensare ad un pianeta di provenienza dalle caratteristiche gravitazionali analoghe o quasi a quelle della Terra, mentre le due membrane protettive degli occhi (sia che siano naturali sia che, come appare più probabile, siano artificiali) lascerebbero pensare ad un pianeta di origine molto meno luminoso del nostro, e quindi più lontano dal sole, probabilmente uno dei satelliti dei grandi pianeti esterni. Ipotesi rafforzata dall'assenza di peli e dalla pelle apparentemente sottile, che sembrerebbero suggerire condizioni climatiche non proibitive: come di un essere che viva appunto lontano dal sole, ma prossimo ad una fonte suppletiva di energia termica come quella dei grandi pianeti gassosi.
Se quanto ipotizzato è vero, diventa allora finalmente possibile dare una spiegazione anche dell'altra faccia del mistero di Roswell: il cover up ossessivo sulla vicenda ad opera delle autorità americane. Esso è stato reso possibile proprio dalla sostanziale assenza di rivoluzionarie acquisizioni scientifiche derivanti dallo studio dei resti: se al contrario si fosse venuti in possesso di straordinarie scoperte, esse avrebbero dovuto esser trasferite necessariamente al complesso militar-industriale degli USA, per il loro sfruttamento pratico. E questo avrebbe alla lunga impedito la conservazione del segreto, esattamente come avvenne per le ricerche nucleari e in genere per tutta la tecnologia avanzata. Immaginare invece che tali scoperte esistano, ma che esse vengano approfondite in misteriose basi supersegrete (di cui costituisce un caso emblematico la famosa Area 51) fa certo molto Giulio Verne e relative suggestioni, ma urta inesorabilmente contro la realtà pratica di organizzazione di un moderno stato industriale. Il segreto viene pertanto mantenuto ormai solo per motivi legati al prestigio internazionale degli USA: il cui governo si troverebbe altrimenti a dover ammettere di aver sottratto alla conoscenza dell'umanità la più straordinaria acquisizione scientifica di tutti i tempi per meschine quanto sostanzialmente inutili considerazioni di interesse nazionale.

Resta il problema ultimo: perché non sono tornati? Tralasciando qui ipotesi fantasiose alla Spielberg o alla X-files (colonie aliene segrete sulla terra, e addirittura loro segrete relazioni diplomatiche con il governo americano) affascinanti ma estremamente improbabili, resta una sola spiegazione logica: la spedizione sulla terra era appunto un’impresa 'limite', nel senso che abbiamo sopra illustrato. La civiltà aliena probabilmente profuse in essa il massimo delle sue risorse tecniche ed economiche. Il disastro di Roswell ebbe gli stessi effetti, moltiplicati per cento, che l'esplosione dello Shuttle Columbia ebbe sulla nostra astronautica negli anni Ottanta. Paure, polemiche, senso di impotenza, blocco degli investimenti nella ricerca spaziale, riflusso dell'entusiasmo dei ricercatori e loro spostarsi su altri settori della ricerca scientifica. Il disastro può addirittura aver significato la paralisi per qualche tempo di ogni attività spaziale, nell'attesa dell'identificazione delle cause della caduta e della ricerca dei rimedi. E' facile ipotizzare che il loro piano di esplorazione possa essersi fermato per alcuni decenni, nelle more di un totale ripensamento del progetto.
E non è necessario calarsi nella testa degli alieni, per immaginare la sequenza degli avvenimenti. Esiste un singolare precedente, nella storia della terra, che ci può rendere l'idea dell'accaduto: il disastro della piramide di Meidun. In questa regione, circa cinquemila anni fa, fu intrapresa la costruzione di un enorme complesso funebre. La piramide, che si avviava ad essere la più maestosa mai costruita dagli egizi, franò improvvisamente, seppellendo tra le macerie buona parte dei suoi costruttori. L'impatto della tragedia sull'animo degli architetti fu devastante: il luogo della costruzione fu considerato maledetto e abbandonato al deserto, e l'erezione delle piramidi cessò per lungo tempo, finché la scienza egiziana non trovò il modo di correggere l'errore costruttivo che era stato all'origine del crollo.
Qualcosa del genere è forse accaduto agli alieni di Roswell. Ma ogni trauma finisce per essere superato, se non altro per il fatale ricambio delle generazioni. Non conosciamo naturalmente nulla della percezione del tempo di una razza aliena: ma non sembra illogico supporre che i cinquanta anni terrestri trascorsi possano essere ormai sufficienti per una ripetizione del tentativo.
E se questo è vero, se in una remota regione del cosmo esseri intelligenti stanno davvero costruendo una nuova macchina per attraversare lo spazio che ci divide, allora prepariamoci ad assistere non alle fantasmagorie hollywoodiane, ma ad un nuovo sforzo drammatico e rischioso, terribilmente 'umano' nel suo senso del limite. Forse stanno per giungere non dei semidei, ma soltanto dei piccoli nostri fratelli, stremati dall’enormità dell’impresa.



domenica 2 dicembre 2012

Ritorno al futuro IV


Ho sperato a lungo che i tycoon di Hollywood si decidessero a mettere in cantiere un quarto episodio della simpatica saga di spaesamenti temporali di Doc e Marty.
Speranza che avevo ormai riposto in un cassetto, viste anche le tristi condizioni di salute Michael J. Fox e la non più verde età di Christopher Lloyd: quando invece per uno di quei colpi della sorte di cui è colma la vita reale mi sono ritrovato a bordo di una imprevista macchina del tempo. Proiettato di colpo proprio verso quegli anni Cinquanta, meta dei nostri eroi nel primo film.
Non è che mi sia imbattuto nella mitica De Lorean truccata al plutonio, né ho casualmente calpestato una faglia spazio-temporale: avevo semplicemente bisogno di una lampadina e sono entrato distrattamente in uno di quei negozi di cineserie che da un po' di tempo spuntano dappertutto.
Mi sono ritrovato in mezzo a una montagna di fiori di plastica, gondole di plastica, casette del presepio di plastica a imitazione del sughero, palle e festoni di Natale arcaici, alberi finti come più non si può, lucine colorate rigorosamente ante-led, vasi portafiori incredibili, addirittura macchinette per cucire i bottoni e altre per tagliarsi i capelli da soli, valanghe di giocattoli miserini, che non hanno mai visto un elfo di Babbo Natale nemmeno con il cannocchiale.
Per un attimo sono stato tentato di chedere se per caso avessero anche i famosi occhiali a raggi X e il metodo Atlas per sviluppare una muscolatura d'eccezione ma non ho osato, nel timore che magari ci fossero anche quelli.
Insomma sono fuggito via, non ci voglio tornare agli anni Cinquanta italiani, mica sono quelli di Doc e Marty, con Chuck Berry e Elvis!
Non li voglio i fiori di plastica, o che qualcuno mi rubi un'altra volta la bicicletta: se proprio devo tornare indietro allora portatemi nei Sessanta, please.

sabato 1 dicembre 2012

E visto che ci siamo...


A proposito, è uscito anche un breve racconto, a cura di un nuovo editore tanto coraggioso da avventurarsi subito in un genere considerato tradizionalmente poco commerciale.
E poiché noi siamo amici di tutti gli avventurosi sono stato contento di accettare il suo invito. Del resto La donna scarlatta compare in una collana di racconti con autori di tutto rispetto: andate a darle un'occhiata, se avete tempo. E se siete a Roma l'8 dicembre ci si può vedere con qualcuno di loro alle 16 nella sala Rubino del palazzo delle Esposizioni, a Più libri più liberi (mi pare si chiami così).
Di che tratta il racconto? Bè, di arte, d'amore, di grandi passioni, della lotta contro la morte, di speranza e disperazione...