giovedì 21 agosto 2014

L'irrealista

Non apprezzo particolarmente il realismo, in nessuna delle sue forme. Naturalmente stimo sul piano tecnico e culturale le sue manifestazioni migliori, da Madame Bovary a Roma città aperta,da I Malavoglia a Accattone e tante altre.
Ma amarlo proprio no. Penso anzi che ogni forma d'arte che ponga la mimesi come base del processo creativo sia alla fine di ostacolo al progresso delle arti e della civiltà nel suo complesso. Perché mettendo l'accento su ciò che è, piuttosto che su ciò che potrebbe o dovrebbe essere, finisce spesso per esaltare una breve e miserabile veglia contro le sterminate praterie del sogno. Dimenticando che è l'immaginazione che muove gli uomini, ed è il sogno che dà corpo alla nostra immaginazione. Perché siamo fatti davvero della stessa materia di cui sono fatti sogni, come dice il mago Prospero.
E' anche vero che chi sostiene questa tesi ha quasi sempre fatto una brutta fine, chiudendo spesso in manicomio la sua parabola esistenziale. Ma che gran bel manicomio deve essere, quello in cui si può passeggiare sotto braccio con Hoffmann, Poe, Lovecraft, Buzzati...


mercoledì 20 agosto 2014


Il 20 giugno del 1937 partì da Istres la corsa Istres-Damasco-Parigi, un raid aereo che la Francia aveva organizzato per celebrare il decennale della trasvolata atlantica di Lindbergh.
Alla corsa parteciparono equipaggi italiani, inglesi e francesi, e fu vinta da tre Savoia Marchetti SM79 della squadriglia dei Sorci Verdi, che percorsero le due tratte alla media eccezionale per l'epoca di oltre 400 chilometri l'ora.
Per l'occasione la livrea degli aerei era stata ridipinta in rosso, il colore dell'Italia nelle corse internazionali.
Tra tante celebrazioni del nulla mi sembra giusto ricordarlo, e vi aggiungo pure un selfie scattato sul campo d'aviazione.

martedì 19 agosto 2014

Decadenza

Un tempo, quando il mondo era migliore e l'Europa splendeva, le biciclette avevano un sesso, esattamente come tutti gli altri esseri viventi.
Esisteva la bicicletta per uomo, solida e imponente, e quella per donna, più snella e aggraziata. La prima dotata di una decisa canna trasversale, pensata per l'uso di calzoni e virili avvii alla bersagliera. La seconda con il telaio adatto a essere condotta con gonne vezzose, mostrando senza esagerare un tanto di gambe piacevole e suggestivo nell'atto di avviare la pedalata di lato, con un saltello.
La canna maschile consentiva inoltre l'eventuale trasporto di una fanciulla di non eccessive dimensioni (meglio se per brevi tratti e in discesa), e soltanto chi ha provato l'estasi di pedalare nel vento con in bocca le chiome profumate dell'essere amato, sa di cosa parlo.
Anche i relativi abiti erano rigorosamente distinti. Per lui preferibilmente pantaloni alla zuava, per non intralciare l'azione della guarnitura. In alternativa era consentito l'uso di mollette da risvolto: la Brooks ne fa ancora di splendide, ma bisogna farle venire da Londra.
Per lei invece la gonna di tweed o plissé, e scarpe da bebè d'estate. D'inverno niente bicicletta.
Poi si è deciso che per risparmiare la bicicletta dovesse diventare unisex, e ne è venuto fuori questo mostriciattolo senza carattere, insipido come un formaggio al tofu. E anche l'abbigliamento ne ha risentito, strizzando il ciclista in tutine da étoile del Bolshoi, che c'è solo da vergognarsi a trovarcisi in mezzo.
Insomma siamo riusciti a rovinare pure il cavallo di ferro.

venerdì 15 agosto 2014

L'economista riottoso

Non finisco mai di stupirmi di fronte agli "economisti" che suggeriscono di ridurre la spesa pubblica per scatenare la ripresa. Ossia contrarre la domanda di beni e servizi da parte delle Stato per lasciare spazio all'iniziativa privata, che dovrebbe da sola sopperire a tutte le manchevolezze del pubblico.
Eppure se c'è una cosa evidente nella storia, è che dal momento in cui i primi ominidi scesero dagli alberi e dettero vita alle prime forme primordiali di attività economica, è sempre stata la domanda pubblica a pilotare lo sviluppo.

E' la richiesta di spade da parte del Re che avvia la fucina del fabbro del villaggio. E' la necessità di costruire il palazzo o il castello del Re che mette in moto la fornace, spinge il taglialegna nel bosco e poi il carbonaio a darsi da fare. E' per vendere merci pregiate al Re e alla sua corte che si muove il mercante per terre lontane, è per soddisfare le ambizioni guerresche del Re che il mastro d'ascia costruisce le navi. E tutto questo avviene grazie alla moneta coniata dal Re, con tanto del suo profilo sopra.

Soltanto dopo, nel tempo libero e con i proventi della prima commessa, il fabbro fucina anche forchette e cucchiai, il fornaciaio fabbrica mattoni per il condominio del privato cittadino e piatti per l'oste sotto casa, il mastro d'ascia costruisce la barchetta per il pescatore, il mercante vende le pezze avanzate alla donnetta e via via nasce il mercato.
Ma in assenza di una domanda pubblica iniziale non si innesca alcunché, e cadendo questa anche il mercato privato si inaridisce e declina.

Chi si oppone a questa evidenza cita l'esempio degli Stati Uniti. Ma l'esempio semmai conferma il contrario: perché è vero che lì per motivi del tutto particolari l'economia si sviluppò inizialmente grazie al mercato, e treni, petrolio e edilizia nacquero grazie all'iniziativa privata. Ma questa era già collassata nel 1873, e ancora venti anni dopo non era uscita dalla depressione, da cui non si riebbe se non con la domanda pubblica di armi e annessi per la prima guerra mondiale. E comunque il mercato collassò di nuovo appena dieci anni dopo, e ancora una volta fu la domanda pubblica di strumenti per la seconda guerra che riuscì a rialzarlo.

Il ciclo di grande espansione economica 1945-1990 fu determinato dalla richiesta di forniture da parte del complesso militare-industriale in lotta con l'URSS, riducendosi il quale alla caduta del Muro il libero mercato collassò di nuovo. Clinton nascose la crisi con giochetti contabili, Bush la tamponò con la guerra in Iraq e i prestiti cinesi, Obama ci si è trovato in pieno.
A conforto dell'iniziativa privata si cita a volte l'esempio di start up di singolare successo, come per esempio la Apple. Ma con tutto il rispetto per il genio di Steve Jobs, l'Apple non sarebbe stata possibile senza l'IBM che aveva posto le premesse per il computer di massa. E l'IBM non sarebbe stata possibile senza le commesse pubbliche che le affidarono via la meccanizzazione del sistema postale e della Social Security, oltre ai numerosi e lucrosi appalti del Pentagono.

Eppure ancora ogni tanto viene fuori un bello spirito che chiede la riduzione della spesa pubblica. Forse è come per i sostenitori della terra cava: magari hanno trovato davvero l'accesso all'immensa caverna, ma hanno lasciato laggiù il cervello.

sabato 9 agosto 2014

Declino della globalizzazione.


Credo che si possa ragionevolmente sostenere che tutte le crisi che si stanno susseguendo in questo scorcio di inizio secolo, al netto del loro carico di orrori e sofferenze, hanno almeno un tratto positivo che le accumuna: sono tanti chiodi sulla bara della globalizzazione forsennata.
Un'idea che, ingenua nella sua prima formulazione, correva il rischio di trasformarsi in un inferno orwelliano se portata alle conseguenze auspicate dalle grandi corporation multinazionali.
Ingenua, perché l'idea dell'uomo cosmopolita, "civis mundi", poteva andar bene nel 700, tra gentiluomini in parrucca e culottes seduti ai tavoli del café Procope a bersi delle gran tazze di cioccolatte. Ma trasportata ai giorni nostri avrebbe significato solo ritrovarci tuti a vivere in uno sterminato Alabama, a ingozzarci di hamburger e germogli di soia geneticamente modificata e ad ascoltare rapper ciccioni ventiquattro ore al giorno. E la domenica tutti al cinema con l'ultimo fregnone di supereroe Marvel.
Certo, sarebbe stato meglio se fossimo stati noi europei a contrastarla, mettendo in campo gente come Shakespeare, Leopardi, Mahler o Corto Maltese, e non i tagliagole dell'Isis, l'arcigno Putin o i bancarottieri sudamericani. Ma a volte le cose vanno come vogliono loro.

domenica 27 luglio 2014

CRISI DELLA LETTURA?


Si discute della caduta verticale della lettura, e si cerca di trovarne le cause. Ma quella fondamentale non potrebbe essere semplicemente la vita?
Ossia il fatto che tutte quelle inquietudini, emozioni, scoperte, ire, entusiasmi e depressioni che un tempo sperimentavamo attraverso la lettura adesso le viviamo in prima persona ogni giorno? Per comprendere la decadenza e la rovina economica e morale di una famiglia c'è bisogno di leggere i Buddenbrook? O basta che un genitore perda il lavoro? Per sperimentare la follia burocratica c'è ancora bisogno di leggere il Castello, o il Processo per conoscere l'ingiustizia della giustizia? La Corte dei Miracoli sta ancora chiusa nelle pagine di Notre Dame de Paris, o non invece sui marciapiedi di casa nostra? E per capire cosa significa trovarsi in una stazione abbandonata, circondati da predoni e tagliagole, c'è ancora bisogno di Michele Strogoff, o basta andare a Termini? E il Califfo dell'ISIS, non è meglio lui di tanti spietati visir delle Mille e una notte?
Temo proprio che soltanto una radicale abolizione della realtà potrebbe rilanciare i bilanci editoriali.

giovedì 10 luglio 2014

ATLANTIDE


La cosa più sorprendete del mito di Atlantide è che in fondo si tratta di uno straordinario mito della modernità.
Infatti anche se la storia è nota dai tempi di Platone, in realtà la sua fortuna si è consolidata solo nel corso degli ultimi cento anni o poco più: e questo grazie soprattutto all’opera di Donnelly e di madame Blavatsky, personaggi entrambi singolari e a loro modo davvero “atlantidei”.

Questa è la sua vera singolarità, se ci si pensa: finché la vicenda, sulla base dell’enorme prestigio del filosofo greco, è stata ritenuta “storia vera” secondo le sue parole, non ha interessato più di tanto. Qualche scarno riferimento nei mitografi alessandrini, e poi il suo utilizzo soprattutto come pretesto nel Rinascimento per alcune utopie sociali o politiche, e nulla più. Invece, con l’esplodere della narrativa popolare, ecco che questa storia antichissima è tornata prepotentemente d’attualità, come se avesse atteso pazientemente l’arrivo dei pulp per riemergere dalle acque del tempo. Quasi fosse una sorta di “obbligato” con cui ogni narratore pop debba prima o poi confrontarsi, esattamente come nessun musicista può evitare prima o poi la forma sinfonica, né il più informale dei pittori di mettersi alla prova con il corpo umano.

Ma io credo che ci sia in realtà un motivo più profondo, che si accompagna non casualmente al sorgere dell’età della crisi, e ai primi segni di declino della civiltà europea. Proprio negli anni in cui esplode l’entusiasmo per Atlantide si comincia a mettere a punto i gas asfissianti e le prime armi si sterminio di massa, e nel cuore stesso del continente si avvia la macchina che genererà di lì a poco i suoi mostri più terribili.

È questo che ho cercato di narrare ne La porta di Atlantide. Che non è assolutamente un racconto su Atlantide, ma intorno ad Atlantide. Non avevo alcuna intenzione di raccontare dell’ennesimo ritrovamento: a onta della copertina un po’ fantasy, chi si aspettasse di trovare nel romanzo manoscritti misteriosi, templi perduti nelle giungle amerindie, audaci archeologi-esploratori, vulcani sul punto di esplodere e magari anche qualche dinosauro sopravvissuto è destinato a restare deluso. Niente di tutto questo: quello che mi interessava era riflettere su come il mito ha lavorato e lavora tuttora nell’animo di noi contemporanei. Con esiti grotteschi, quando a innamorarsene sono buff creduloni come i membri della società di ricerche atlantidee. O tragici come nel caso di Vanja, che si aggrappa alla leggenda con la forza della disperazione di chi, essendo stata privata di tutto, cerca in un altrove assoluto il riscatto dall’inferno personale che si trascina dentro.
Quanto poi alla sua presunta collocazione, c'è veramente da sbizzarrirsi con la fantasia. Sprague de Camp, uno dei critici più attenti e acuti del fantastico, afferma che la bibliografia sull’isola perduta è talmente sterminata da essere seconda solo a quella della Bibbia. Non so se sia vero, ma è certo che prima di esaurire anche soltanto le teorie più diffuse si esaurirebbe la pazienza dei lettori. In estrema sintesi diciamo che si danno quattro grandi scuole di pensiero: studiosi che la collocano nel mare, altri che la situano sulla terra ferma, una terza schiera che la relega nel ghiaccio e infine coloro che la situano in una sorta di universo parallelo, separato da noi nel tempo e nello spazio. Insomma in quella regione ai confini della realtà che piaceva tanto a Rod Serling.

I primi si possono permettere un’ampia scelta, data la vastità della superficie equorea: per prima la dorsale Atlantica, ovviamente, da qualche parte intorno alle Azzorre. Questa gode i favori potrei dire dei puristi, di quelli insomma che non vogliono discostarsi in nulla dal dettato platonico. Golfo del Messico e isole caraibiche sono preferiti da temperamenti più inclini al sogno, come i seguaci di Edgar Cayce, mentre spiriti più sobri e razionalisti inclinano verso il bacino del Mediterraneo, tra Cartagine, la Sardegna e la Santorini di Marinatos. Cimbri e Teutoni preferiscono il Baltico, già meta delle loro vacanze, e i più arditi tra loro si spingono fin verso le Orcadi ed Helgoland, su fino alle isole Svalbard. Mentre amanti dei ristoranti etnici, animalisti e mondialisti in genere non disdegnano addirittura l’immenso Pacifico, ove impastano allegramente Maori e isola di Pasqua, Mu e barriere coralline in un improbabile fritto misto degno questo sì di un menù a prezzo fisso.
Quelli che voglio restare con i piedi per terra hanno a disposizione diverse alternative. Le foreste amazzoniche sulle orme del colonnello Fawcett, la pianura messicana con le sue città perdute di Cibola e le vette andine tra Machu Picchu e Tiahuanaco, le luminose caverne tibetane ove si sa che soggiornano i Signori del Mondo, ultimi eredi della razza scomparsa. Oppure le paludi della Florida, e poi l’Islanda e le coste norvegesi, e volendo anche la Nuova Inghilterra con tutte le sue premonizioni lovecraftiane.

Tra le Atlantidi non a bagno ma sommerse semmai da liane o sabbie devo dire che i miei favori vanno senz’altro all’ipotesi sahariana di Frobenius, non fosse che per la versione che ne dà Benoit. Anche se un po’ invecchiata, con la sua allure polverosa di dromedari e legionari in chepì, continua secondo me a dividersi con la She di Rider Haggard la palma di miglior racconto sul tema di tutti i tempi.
Col ghiaccio non c’è molto da scegliere: o verso sud, nell’Antartide preistorica e di clima mite del nostro Barbiero, o verso nord, nella Urheimat boreale e ariana dei torvi nazisti. Certo un panorama vetrificato e cristallino, un biancore accecante di nevi eterne non si concilia troppo con la solarità equatoriale del racconto platonico, ma non bisogna essere troppo puntigliosi. Quanto invece alla quarta schiera, di quelli che la collocano nell’iperspazio, nell’inconscio collettivo, in immense bolle trasparenti ondeggianti qua e là o tra le schiere angeliche da cui attingere messaggi di luce e salvezza per via di comunicazioni ultrafaniche, be’, lasciamo perdere. C’è un limite a tutto.

Per quanto riguarda la collocazione che ho scelto io, nel mar Tirreno davanti alle grandi isole, mi sono lasciato guidare da una serie di considerazioni sparse in una moltitudine di testi. Alcuni si possono rintracciare facilmente svolazzando tra biblioteche e bancarelle (molti di essi, specie i più antichi, sono anche reperibili in rete. Ma per alcuni particolari specifici della narrazione mi sono stati preziosissimi tre libroni: il Delle origini italiche e della diffusione dell’incivilimento italiano, pubblicato da Angelo Mazzoldi nel 1840, che mi ha confermato come già in epoca risorgimentale circolasse l’idea di nostri antichi rapporti con Atlantide. Poi il Della fisica sotterranea di Giacinto Gimma, stampato nel 1730, utile per capire come fossero considerati i fenomeni magnetici in tempi premoderni, e infine I documenti del processo di Galileo Galilei, pubblicati a cura dell’Archivio vaticano. E questo per quanto riguarda il coinvolgimento del grande pisano nella storia.
Ma esistono prove tangibili della sua esistenza? A parte naturalmente il vaso che il nipote di Schliemann disse di aver trovato tra le carte dell'illustre zio, ma che nessuno ha mai visto se non in fotografia? Al momento no, a parte forse la famosa Dama di Elche, la miglior candidata al ruolo di sacerdotessa di Atlantide che ci sia data. Ma non ha nessuna importanza: vera o no, l’isola misteriosa già esiste da due millenni e più nel nostro immaginario, il regno magico dei sogni.
Che è poi il luogo in cui magari senza riflettere trascorriamo buona parte della nostra esistenza.